Racconto vincitore del concorso per gli studenti della scuola Braida

La vita di Cataldo

di Marco Zamboni

Racconto vincitore del concorso per gli studenti della scuola Braida classe prima secondaria di primo grado

Intorno all’alto medioevo, in Gran Bretagna, nella città di Brighton, viveva un giovane cavaliere di nome Cataldo (che significa “fortissimo in guerra”), figlio del re Caio III e della regina Cassandra I. Viveva insieme a loro nel mastio del castello di epoca medievale, ma non gli piaceva essere loro figlio, perché i suoi genitori gli avevano messo troppe regole, come ad esempio non uscire dalle mura senza permesso, non poteva andare a passeggiare senza una guardia e poi doveva andare a tutte le feste ed eventi del paese. Ovviamente, un giovane vuole trovarsi e giocare con gli amici del regno, e fare anche qualche scherzo; ma lui essendo un reale non poteva farlo. Per questo era molto triste di essere il figlio del re. Una cosa che gli dava veramente molto fastidio era che suo padre continuava a insistere dicendo che una vita da nobile cavaliere era stupenda e importante. Cataldo infatti era anche un cavaliere, ma non era un cavaliere forte come diceva il suo nome, in realtà aveva voluto diventare cavaliere solo per incontrare i suoi amici, che aveva convinto a diventare cavalieri a loro volta. Suo padre però un brutto giorno venne a sapere che non si impegnava e non si esercitava per combattere, e così lo divise dal gruppo dei suoi amici; Cataldo ci rimase male.

Un giorno Cataldo si preparava per una festa del paese: era molto agitato, perché era una tradizione che in quel giorno tutti gli adolescenti diventassero giovani adulti. Questa fu la sua prima festa che fece assieme ai suoi amici, era una bella festa perché c‘erano tutti, dai più poveri, ai più ricchi, e a tutti veniva assegnato un lavoro che avrebbero svolto per il resto della vita. La cerimonia cominciò. Subito venne detto che c’era il figlio del re, Cataldo; lui non fu molto felice quando lo dichiararono, ma come faceva sempre si sforzò di sorridere e ringraziò il pubblico che lo applaudiva. La cerimonia continuò e vennero assegnati i lavori a tutti gli adolescenti, compresi i suoi amici; tranne che a lui. A questo punto pensò che si erano dimenticati, ma suo padre disse: “Abbiamo lasciato volutamente da solo Cataldo, perché lui è un Principe, una persona importante. Il lavoro di questo principe sarà fare il cavaliere”. E subito tutte le genti del paese applaudirono a Cataldo. Lui invece era veramente triste, era il peggior lavoro che gli poteva

capitare, e come se non bastasse suo padre continuò: “E sarà anche il comandante della nostra cavalleria”. A quel punto Cataldo non resistette alla rabbia e scese dal palco dirigendosi verso il castello; nel suo volto si distinguevano molte lacrime, e la gente del paese non fece di meno di notarle. L’applauso cessò e il padre, disperato disse: “Emmmm, continuiamo la festa!!!”; ma la gente del paese tornò nelle case in silenzio. Il re corse da suo figlio che però non gli volle parlare e continuò la sua corsa verso il castello.

Giunto al castello Cataldo entrò in camera sua e si mise a piangere, insultando il padre.

Il giorno dopo non si recò alle lezioni di cavalleria e stette chiuso in stanza tutto il giorno, e così fece nei 40 giorni successivi.

Il quarantesimo giorno la regina, sua madre, cominciò a star male per il comportamento di suo figlio e così Cataldo per rendere felice sua madre uscì finalmente dalla stanza. Quando uscì andò dalla madre, che stava davvero molto male, e allora decise di rimanere con lei tutto il giorno e tutta la notte. Il giorno dopo però, tornò nella sua stanza, e vi rimase per altri due mesi.

La notte del 27 febbraio sua madre stava malissimo, non riusciva più a respirare, e alle due di mattina morì.

La mattina di quel giorno Cataldo venne avvisato della morte della madre. Si mise a piangere disperatamente sopra il suo corpo e non riusciva a capacitarsi di quello che aveva provocato; era disperato. Poi si fece coraggio e andò da suo padre, e entrò nella sua stanza. Vide che stava piangendo anche lui ma disse comunque urlando: “Adesso me ne vado!!!”; il padre lo guardò negli occhi e disse urlando a sua volta: “Tu non vai da nessuna parte, metterò una guardia davanti alla tua stanza. E invece di far star male tuo padre vai a pregare per tua madre”. Sentito ciò, Cataldo se ne andò sbattendo la porta e fece cadere violentemente un quadro della sua famiglia a terra rompendolo in mille pezzi.

Ma Cataldo non voleva arrendersi e durante la notte lanciò una corda dalla finestra del mastio; guardando giù si rese conto che il mastio era molto alto ed era molto difficile scendere, ma visto che la sua volontà di scappare era più forte, cominciò a calarsi con la corda. Scese piano e quando arrivò al camminamento di guardia fece un respiro di sollievo e continuò lungo il muro a calarsi. La discesa fu molto difficile, specialmente nella parte finale dove lo attendeva l’acqua gelida del fossato. Arrivato all’acqua nuotò nel fossato senza farsi vedere, e quando uscì, scappò via correndo. Ma una guardia vide l’acqua che si muoveva, e diede l’allarme: trenta soldati uscirono dalla porte del castello calando il ponte levatoio, e cominciarono a cercare il fuggitivo. Cataldo sentì l’allarme e continuò a correre fino ad arrivare alla casa di un suo amico di campagna, dove chiese di entrare,

l’amico lo fece entrare e gli disse che era una fortuna che suo padre era a letto. Dopo averlo fatto entrare gli indicò di nascondersi in un armadio dietro ai vestiti, e senza far rumore tornò in camera facendo finta di dormire.

Pochi minuti dopo passarono delle guardie, e suonarono al campanello, ed entrarono per fare l’ispezione. Subito il padre si alzò e scese. Una delle guardie chiese: “Avete per caso visto il figlio del re?” e il padre rispose: “No, volete dare un’occhiata?” e la guardia disse: “No grazie, siamo di fretta. Arrivederci”, e uscì dalla porta. Il padre andò a letto chiedendo al figlio che rimaneva in cucina: “Perché non vai a letto?” e il ragazzo rispose: “Voglio vedere se lo trovano, sai, è il mio migliore amico”. Il padre acconsentì con un cenno e andò a dormire. Venti minuti dopo, l’amico di Cataldo andò da lui e gli disse: “Ma perché scappi?” e lui risponde: “Sono triste, mia mamma è morta la notte scorsa, e non voglio rimanere con mio padre. Vuoi venire con me?” e l’amico rispose: “No, ma sarò triste di non vederti” e detto questo gli diede delle provviste per la su fuga. Cataldo prese le provviste e le mise dentro lo zaino che aveva portato, si cambiò i vestiti, si mise un cappello e se ne andò.

Nel frattempo nel castello il re aveva saputo della scomparsa di suo figlio, e si chiuse in camera, piangendo per Cataldo e per Ginevra, la regina. Tutti i soldati possibili partirono alla ricerca del figlio del re, ma alla mattina dell’alba seguente, il provvisorio comandante della cavalleria ordinò la ritirata: il figlio del re sembrava sparito nel nulla. Saputo questo il re disse: “Da oggi in poi, ogni momento della mia vita lo dedicherò a mia moglie e a mio figlio Cataldo” e con questo si chiuse in camera e iniziò a pregare.

Intanto Cataldo viaggiava tra boschi, e tra pianure, fermandosi solo per dormire e per mangiare. Non era triste, era invece felice, in rare occasioni aveva potuto vedere il mondo fuori dalla mura. Aveva deciso di andare a Londra, ma non conoscendo la strada ad ogni bivio si fermava per aspettare una persona per chiedere indicazioni. Di questa città aveva sentito parlare molto da suo padre, e gli diceva che era una città bellissima, ma anche pericolosa; Cataldo voleva raggiungerla per vedere le cose belle, e poi andarsene in altri paesi come Liverpool sulla costa, una città portuale bellissima, e poi voleva vedere campagne, foreste, pianure, altre città, spiagge…, voleva viaggiare e viaggiare, per esplorare il suo paese in lungo e in largo.

Un giorno, precisamente dopo due mesi dalla morte della madre, incontrò una signora, che andava verso una grande chiesa su una collina, era un’abbazia, o un monastero, anche di quello aveva sentito parlare, era un posto dove si pregava, e dove si stava da soli in raccoglimento o anche insieme ad altri per meditare. Decise di proseguire senza fermarsi.

A mezzogiorno si fermò invece a mangiare le ultime provviste che gli aveva dato l’amico e incominciò a guardarsi intorno se c’erano capanne o case per chiedere dell’altro cibo.

Dopo ore di ricerca trovò una casa, all’interno c’era una persona con uno strano cappello a punta che lo accolse molto gentilmente. Di queste persone con i cappelli -a punta ne aveva sentito parlare, ma in quel momento non si ricordava bene chi fossero, e senza preoccupazioni entrò. La strega disse: “Benvenuto bel giovanotto, entra pure, raccontami la tua storia”; Cataldo si sedette, e raccontò tutta la sua storia. Alla fine la strega disse: “Ma tu vuoi ancora bene a tuo padre?” e lui rispose: “No, decide sempre lui della mia vita” e allora la strega rispose: “Pensa, Cataldo, una vita senza tuo padre, in un bellissimo castello medievale, o anche nel bosco insieme ai tuoi amici, non pensi che sarebbe bellissimo, ma bisognerebbe che tuo papà …” e lui finì la frase pensieroso: “…morisse”. A quel punto Cataldo si ricordò chi era quella persona, era la strega buona, che aiutava le persone nei momenti difficili, e dopo aver pensato questo chiese: “Ma come lo posso far morire?” e la strega felicemente rispose: “Con un veleno mortale!!”; ”E dove lo trovo?” chiese Cataldo, e la strega rispose: “Io ce l’ho! Ma te lo darò solo se tu mi darai 1000 monete d’argento come ricompensa”. Il giovane accettò.

Cataldo uscì pochi minuti dopo con una fiala di veleno, se la mise in tasca e disse: “Questo è per te mamma”, e cominciò a camminare in direzione del castello. Non era felice voleva solo fargliela pagare a suo padre… con la vita. Dopo alcune ore giunse all’abbazia sulla collina, e disse ai monaci ”Pregate per mia madre, sto facendo questo per lei”.

Intanto nel castello suo padre era ancora chiuso in camera a pregare, usciva solo per mangiare. Tutto il paese era in lutto per la scomparsa del principe. Il migliore amico di Cataldo pensava alle frasi che gli aveva detto: “Se tornerò all’alba, significherà che vengo in pace, altrimenti se arriverò di notte significherà che mi voglio vendicare”. Lui era molto preoccupato per questo e sperava tanto che arrivasse all’alba.

La strega invece nella sua casa, era felicissima e pensava a cosa fare con le 1000 monete di argento che le avrebbe dato Cataldo.

Cataldo era a pochi miglia dal castello e pensò anche lui a quello che aveva detto al suo amico: “Dovrò aspettare la sera per tornare” e con questo rallentò il passo. Arrivò alla città alle nove di sera e si diresse verso la casa dell’amico. Si muoveva furtivamente in modo che nessuno lo vedesse. Così arrivò e l’amico lo fece entrare “Sei tornato! Mio papà è a letto, entra!” Cataldo entrò e gli disse: “Voglio avvelenare mio padre, pensavo di …” ma il suo amico lo interruppe dicendo: “No, tuo padre ti ha sempre amato, da quando sei nato, ha cercato di farti crescere come

un cavaliere per il tuo bene” ma lui gli rispose: “Io non ho mai voluto fare il cavaliere, ed è per questo che questa notte mio padre morirà, come merita!”. Detto questo aggiunse: “Se non mi vuoi aiutare, non farlo, ma io lo ucciderò comunque anche senza il tuo aiuto!” e detto questo uscì. Si diresse verso la torre come se fosse felice di essere tornato e camminò fino alle mura, dove una guardia lo fece entrare, dando subito la notizia del suo ritorno a tutti. Lo portarono subito da suo padre, che quando lo vide disse subito: “Grazie al cielo, sei tornato!!”, e detto questo aggiunse: “Grazie a te che sei tornato, non mi comporterò più come prima, te lo prometto”. Cataldo un po’ si commosse ma non così tanto da annullare il suo piano. Uscì dalla stanza e si diresse subito in cucina, dove chiese una tazza di tè, gliela diedero. Ci mise dentro il veleno che gli aveva dato la strega, e portò la tazza al cameriere, dicendogli che doveva portarla al re. Cataldo chiuse la porta quando uscì il cameriere, e si mise a leggere un libro sulle streghe. Dopo un paio di minuti lesse il significato di strega: la strega è una persona che ha il cappello a punta ed è molto cattiva, cerca di far fare il male alle persone, specialmente ai bambini arrabbiati con i padri. Quando finì di leggerlo era sconvolto, si rese conto che stava sbagliando, stava uccidendo l’unica persona vicina che gli era rimasta, e pensò alle parole del suo amico: “No, tuo padre ti ha sempre amato, da quando sei nato, è solo che ha cercato di farti diventare un cavaliere per il tuo bene…”. A questo punto rimaneva solo una cosa da fare, avvertire immediatamente il padre dell’avvelenamento prima che lui bevesse il tè. Cataldo corse subito fuori dalla porta, passò per il corridoio, pensò a tutte le belle cose vissute con il padre, corse il più velocemente possibile verso la porta della stanza del padre, inevitabilmente gli occhi avevano iniziato a gocciolare e le lacrime scendevano veloci sulle guance di Cataldo, svoltò a destra e aprì la porta della stanza di suo padre, stava prendendo la tazza, doveva a tutti i costi non farlo bere, senza pensare a lungo si gettò sulla tazza, che ormai il padre teneva stretta in mano, e gridò: “Noooooooooo!!!!!”. Era riuscito a centrare la tazza, si era rotta in mille pezzi, facendo cadere il veleno assieme ai brutti ricordi e anche all’odio che aveva provato per lui. Cataldo per la prima volta in tutta la sua vita era davvero felice. Il padre sconvolto dell’accaduto abbracciò subito il figlio, commosso e pieno di lacrime dalla felicità. Ora mancava solo una cosa da fare, dare una lezione alla strega. Tutto il popolo era felice in quella notte che era sembrata inizialmente orribile.

La strega intanto si stava preparando per ricevere la ricompensa, svuotò il granaio, per farci stare le 1000 monete d’argento. Non pensava ad altro, e quando passava qualcuno chiedeva sempre: “Siete voi che avete le mie monete?”, stava per perdere la testa.

Non si sarebbe mai aspettata quello che stava per accadere….

Il re e il figlio Cataldo nel frattempo discutevano per il lavoro che quest’ultimo avrebbe fatto nella vita. Dopo ore di discussione, decisero che Cataldo avrebbe fatto il comandante e il progettatore di battaglie e delle guerre che avrebbero combattuto in futuro.

Il suo primo progetto fu quello di uccidere la strega che lo aveva convinto ad avvelenare il padre. Il piano prevedeva di mandare un cavaliere che dicesse alla strega che gli avrebbero portato a breve le 1000 monete. Poi sarebbe arrivato Cataldo assieme ai suoi cavalieri che si sarebbero nascosti dietro i cespugli di erba con le lance puntate sulla casa; mentre Cataldo sarebbe andato dalla strega con lo spadone per trafiggerla e nel in caso la strega fosse riuscita a scappare, c’erano puntate su di lei più di cento lance per colpirla. Poi sarebbero ritornati al castello dopo aver dato fuoco al corpo della strega e alla sua casa. Ma il piano non era finito, Cataldo voleva vedere cosa c’era dentro quel monastero che aveva visto sulla collina.

Il piano venne approvato dal re, che diede inizio all’operazione. L’operazione iniziò, e venne mandato il cavaliere ad avvisare la strega dell’arrivo del bottino; arrivò il principe Cataldo e i cavalieri, il principe chiese: “Ma chi sei tu veramente?” e la strega rispose: “Una persona buona, che ti ha aiutato a ucci…” Non fece in tempo a finire la frase che Cataldo alzò lo spadone colpendola dritta al cuore. In quel momento si sentirono delle grida di vittoria e tutti esultarono. Ma la missione non era finita, si doveva ancora andare al monastero. Cataldo tornò indietro dando fuoco alla casa e al cadavere della strega; lasciò un cavaliere a spegnere il fuoco, così non si sarebbe allargato nel bosco. Cataldo, intanto, era arrivato al monastero, e chiese il permesso di entrare al monaco di guardia: “Potremmo visitare il monastero?”, e il monaco rispose: “Se deponete le armi sì, altrimenti non vi posso lasciar passare, ordini dell’abate”; allora il principe e i suoi uomini deposero le armi ed entrarono. Salirono la ripida via che portava alla collina, lungo il percorso ai lati si vedevano delle croci, con scritti alcuni episodi della vita di Gesù. C’erano anche molti contadini che lavoravano nei campi, o sistemavano il terreno lungo il sentiero. Dopo una trentina di minuti, arrivarono al portone, bussarono e venne chiesto: “Chi siete?”, e il principe: “Dei visitatori”, e così si aprì la porta. Dietro alla porta c’era come una piccola città, con tante chiese, con tante case, ma senza palazzi né castelli, ma dov’era il padrone di tutto questo? Probabilmente era nascosto in qualche fortezza sotterranea… Ma di lì a poco incontrarono l’abate: era lui il padrone, ma non era protetto dentro una fortezza, era tra il popolo, ad aiutare e a lavorare come gli altri, e disse: “Non sono io il padrone di questo monastero, il padrone di questo è nel cielo”; e quando sentirono queste parole, alzarono tutti gli occhi al cielo, e Cataldo si disse tra sé: “Non avevo mai notato come è bello il cielo che ci sovrasta”. Continuarono a visitare il monastero, e al tramonto del sole tornarono tutti al castello.

Quando arrivò al castello mangiando insieme al padre, gli raccontò quello che aveva visto.

Trascorsero gli ultimi anni della loro vita in armonia, e alla morte del re, Cataldo salì al trono della città di Brighton, e fu anche nominato comandante della cavalleria. Iniziò ad allargare i territori del regno, combattendo per il popolo e per la difesa della città. Si sposò, ed ebbe un figlio di nome Federigo (“uomo di pace”) che educò in modo simile a come era stato educato lui. Cataldo fu un re amico del popolo, come tutti lavorava e si sacrificava, prendendo esempio dall’abate che aveva conosciuto.

Nel suo testamento scrisse: “Queste terre che ho comandato, non sono mie, ma del padrone del cielo. Il re non deve comandare, ma deve lavorare come tutto il popolo, perché non è lui il re di questo mondo”. Il figlio Federigo divenne re a 25 anni, e non si dimenticò mai di suo padre e custodì nel suo cuore tutti i suoi insegnamenti.

On giugno 22nd, 2018, categorie: Attività, Secondaria, Senza categoria di admin